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 il giardino dei finzi contini

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MessaggioTitolo: il giardino dei finzi contini   il giardino dei finzi contini 16gd9bkMar Apr 15, 2008 5:38 pm

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Il Giardino dei Finzi-Contini :: Di che si tratta
Il giardino dei Finzi Contini è un omaggio memoriale postumo ad una famiglia di israeliti (conosciuti dall'autore negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale) destinati a morire nei lager nazisti, per restituirli alla vita attraverso la forza dell'arte. La vicenda è ambientata a Ferrara nei tempi cupi del fascismo e delle leggi razziali che colpirono tante case ebraiche e che esclusero tanti giovani dalle scuole pubbliche e da tutte le associazioni culturali e ricreative. Fra questi giovani c'è anche l'Io narrante, già da tempo affascinato dal Giardino, ma soprattutto dal personaggio simbolico, enigmatico ed imprevedibile di Micol (Vero Giardino della famiglia). Tra l'Io e Micol nasce una tenera storia d'amore tacito e discreto, chiuso nell'ambito di un giardino, di un campo da tennis di una casa... si apre allora una prospettiva di una storia più ampia, che coinvolge l'intimo inafferrabile di ogni creatura umana.

Il Giardino dei Finzi-Contini :: Passi che mi hanno colpito
"Subito, l'indomani stesso, cominciai a rendermi conto che mi sarebbe stato molto difficile ristabilire con Micol gli antichi rapporti. Dopo lungo esitare, verso le dieci provai a telefonarle. Non mi fu risposto, pensai di chiamare più tardi. Per ingannare l'attesa, mi buttai sul letto. Avevo preso un libro a caso: Le Rouge et le Noir; ma per quanto cercassi non riuscivo a concentrarmi. E se a mezzogiorno -fantasticavo- non le avessi telefonato? In breve però cambiai idea. D'un tratto m'era sembrato di desiderare solo una cosa di Micol, ormai: la sua AMICIZIA. Piuttosto che sparire, mi dicevo, era molto meglio che mi regolassi come se la sera avanti non fosse accaduto nulla. Micol, lei avrebbe compreso. Colpita dal mio tatto, pienamente rassicurata, ben presto mi avrebbe restituito intera la sua fiducia, la sua cara confidenza d'un tempo. Così a mezzogiorno mi diedi coraggio e composi per la seconda volta il suo numero. Mi toccò attendere a lungo, più a lungo del solito «Pronto» dissi alla fine, con la voce rotta dall'emozione. «Ah, sei tu... che cosa c'è?». Sconcertato, vuoto d'argomenti, sul momento non trovavo niente di meglio da dire che avevo telefonato già una volta, due ore prima. Micol stette ad ascoltare e cominciò quindi a lagnarsi della giornata che le stava di fronte... [...] Riagganciò senza invitarmi a tornare da lei la sera e senza stabilire come e quando ci saremmo rivisti. [....] Il giorno dopo e i seguenti insistetti nelle telefonate benché non riuscissi a parlarle che di rado. [...] Ripresi allora le visite: sia di mattina, con la scusa della tesi, sia al pomeriggio, andando a trovare Alberto. Non facevo mai nulla per segnalare a Micol la mia presenza in casa. Ero sicuro che ne fosse informata e che un giorno o l'altro sarebbe stata lei a mostrarsi, spontaneamente.

[...]

E fu ancora Micol a cominciare a parlare. Esordì dicendo come da molto tempo, da molto più tempo, forse, di quanto io non immaginassi, si fosse proposta di parlarmi francamente della situazione che a poco a poco era venuta creandosi tra noi. Non ricordavo mica quella volta -proseguì- nell'ottobre scorso, quando per non bagnarci eravamo finiti nella rimessa? Ebbene, fin da quella volta là lei si era accorta della brutta piega che stavano prendendo i nostri rapporti. L'aveva capito subito lei che tra noi era nato qualcosa di falso, di sbagliato, di molto pericoloso: e la colpa maggiore era stata la sua. Che cosa avrebbe dovuto fare? Semplice: prendermi in disparte e parlarmi schiettamente, allora «senza por tempo in mezzo». Invece macché: da vera vigliacca aveva scelto il partito peggiore, scappando. Eh già tagliare la corda è facile. Ma cosa porta, quasi sempre, specie in materia di «situazioni morbide»? Novantanove volte su cento la brace continua a covare sotto la cenere: col magnifico risultato che più tardi, quando due si rivedono, parlarsi tranquillamente, da buoni amici, è diventato difficilissimo, pressoché impossibile. Anch'io ora capivo e in fin dei conti le ero molto grato della sua sincerità. C'era un fatto che avrei voluto che mi spiegasse. Era scappata via da un giorno all'altro, senza nemmeno salutarmi. «Come mai?» chiesi. «Se proprio volevi, come dici, che io ti dimenticassi, non potevi lasciarmi perdere, perdere completamente? Era difficile, certo. Però non era neanche impossibile che per la mancanza dell'alimento, diciamo, la brace finisse piano piano con lo spegnersi. Da sé.» Teneva alla mia amicizia, ecco tutto, in maniera anche forse un po' troppo possessiva.

[...]

Perché mi ostinavo a ritornare ogni giorno in un luogo dove, lo sapevo, non avrei potuto raccogliere che umiliazioni e amarezza? Non saprei dirlo. Forse speravo in un miracolo, in un brusco cambiamento della situazione, o forse, magari, andavo proprio in cerca di umiliazioni e di amarezze... Eppure non disarmavo, non mi rassegnavo. Diviso fra l'impulso di rompere, di sparire per sempre, e l'altro, opposto, di non rinunciare ad esserci, di non cedere mai. A volte, è vero, era sufficiente uno sguardo di Micol, più freddo del solito, un suo gesto d'impazienza, una smorfia di sarcasmo o di noia e allora credevo con piena sincerità di aver deciso, e troncato. Ma quanto resistevo a star lontano?! Tre, quattro giorni al massimo. Al quinto, eccomi di nuovo là, ostentando la faccia ilare e disinvolta, ma col cuore esulcerato e con gli occhi che subito ricominciavano a cercare in quelli di Micol una risposta impossibile. [...] E poi andiamo, che cosa significavano le improvvise assenze, i bruschi ritorni, le occhiate inquisitorie e tragiche, i silenzi immusoniti, gli sgarbi, le insinuazioni cervellotiche?! Tutto il repertorio di atti che esibivo di continuo. E nelle discussioni? Quando saltavo su a berciare e inveire come un ossesso, creando di continuo casi personali? Cosa pensavo, che la gente non se ne accorgesse che era lei, e non un'altra, la causa sia pure «incolpevole» delle mie «scalmanate»? [...] Capivo che non avrebbe più voluto vedermi, che sarebbe stato meglio per entrambi. Lo sforzo era durissimo. E quantunque sperassi, si capisce, che presto o tardi trovasse qualche compromesso, la mia restava una speranza vaga, contento come ero per ora di restare legato, seppur col pensiero, a lei e a quei luoghi paradisiaci dai quali ero stato bandito. Riguardo poi a Micol, se prima avevo avuto qualche cosa da rimproverarle, adesso più niente, ero io l'unico colpevole, l'unico che avesse qualcosa da farsi perdonare. Quanti sbagli avevo commesso! [...] Cacciato dal Paradiso, non m'ero ribellato, dunque, attendendo in silenzio di esservi riaccolto. Ciò nondimeno soffrivo: certi giorni atrocemente, la concepivo come una separazione e una solitudine spesso intollerabili.

[...]

«Mi rendo conto che quando uno, specie alla tua età, perde la testa per una ragazza non sta lì a calcolare... mi rendo conto anche che il tuo carattere è un po' speciale... il tuo temperamento... sei troppo sensibile, ecco, e così non ti accontenti. Vai sempre a cercare... Comunque, perdonami, ma da' retta a me: meglio che sia andata a finire così. Ti passerà, ti passerà: e molto più presto di quanto tu creda. Certo, mi dispiace: immagino quello che senti in questo momento. Però un pochino ti invidio, sai? Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come vanno le cose a questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare... Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c'è più tempo per ricominciare da zero. Non andarci più là.»

Fu così che rinuncia a Micol. Non mi presentai a casa loro nei giorni successivi. Passò in tal modo una settimana, la prima senza che rivedessi nessuno. Per fortuna non fui cercato durante tutto questo tempo, e tale circostanza di sicuro mi aiutò. Altrimenti è probabile che non avrei resistito, che mi sarei lasciato riafferrare.
( dal web)

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